Marco Cappato e il valore della disobbedienza civile
Ha cominciato a vent’anni con una pianta di cannabis e con la convinzione che la libertà cominci da ciascuno di noi. Da allora Marco Cappato non ha mai smesso di usare il proprio corpo – scioperi della fame, autodenunce, sfidando i tribunali – per ampliare gli spazi dei diritti in Italia.
Attivista radicale e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, ha ricoperto anche diverse cariche politiche continuando a esporsi in prima persona – come pochi nel nostro Paese – per cambiare leggi ritenute ingiuste.
Dalla cannabis al fine vita, dal testamento biologico ai diritti digitali, le sue battaglie hanno contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica e a raggiungere conquiste civili e importanti aperture legislative in Italia.
Abbiamo intervistato Marco Cappato per ripercorrere la sua lunga carriera e per capire quali sfide di civiltà sono ancora aperte.

Tra le molte battaglie civili che hai seguito, quella per la legalizzazione della cannabis è stata significativa. Come l’hai vissuto nel corso degli anni e che significato ha oggi per te?
La legalizzazione, non solo della cannabis ma di tutte le droghe (naturalmente ciascuna con modalità adeguata alla pericolosità della sostanza), è stata il primo obiettivo politico che mi ha appassionato, da ragazzo. Purtroppo, le politiche sono rimaste in larga parte del mondo le stesse, così come le buone argomentazioni per contrastarle. Vivo dunque un senso di ripetitività, che può rischiare di dare spazio alla rassegnazione. Il che sarebbe un grave errore, perché le ragioni dell’antiproibizionismo sono ancora più che valide e attuali.
C’è il rischio che una possibile legalizzazione della cannabis sia guidata solo da logiche economiche, trascurando il valore etico della libertà di cura e del consumo consapevole?
Il rischio esiste, ma non è difficile governarlo: basta regolamentare in modo rigoroso l’accesso all’informazione, escludendo ogni forma di incitazione al consumo.
Perché, nonostante la grande apertura europea e internazionale sul tema cannabis continuano a verificarsi episodi di repressione come quello del flashmob organizzato a Roma l’8 novembre scorso?
I partiti di governo (e non sempre e solo loro) ritengono conveniente, in termini di consenso, mostrare la faccia feroce per tutto ciò che sia percepito come minaccia all’ordine, indipendentemente dalla realtà dei fatti. È lo stesso meccanismo che ha portato a criminalizzare i rave. Ovviamente, il problema non erano i rave, ma il consenso di un certo elettorato al pugno duro “contro la droga”, mettendo appositamente tutto nello stesso calderone.
La battaglia a favore dell’eutanasia, iniziata con il caso Welby nel 2006, è una delle tue battaglie principali. C’è il rischio che il dibattito sull’eutanasia resti confinato ai casi singoli, impedendo una riflessione sulla libertà individuale più ampia?
In questi anni abbiamo ottenuto risultati importanti, a colpi di disobbedienze civili e iniziative popolari: regolamentazione dell’interruzione delle terapie, delle Disposizioni anticipate di trattamento (il cosiddetto testamento biologico), aiuto medico alla morte volontaria per auto somministrazione della sostanza letale (cosiddetto suicidio assistito). Il percorso si è sviluppato attraverso i casi concreti più noti. Negli ultimi anni però le persone che si sono battute pubblicamente per rivendicare i propri diritti sono diventate sempre di più (sono 19 le persone che hanno ottenuto il parere positivo della Asl al suicidio assistito), ed è proprio il radicamento sociale di questa esigenza che impone il tema alla riflessione comune e persino al dibattito politico.

Oggi qual è la sfida più urgente da affrontare?
Salvare quel poco di democrazia che ci è rimasto, e non si riuscirà a farlo giocando in difesa, attraverso la conservazione dell’esistente. Serve un enorme investimento pubblico, sia in termini di riforme che economici e tecnologici, per fare sì che la democrazia torni ad essere uno strumento utile alle persone per rispondere alle proprie urgenze personali.
L’Associazione Luca Coscioni dal 2002 si batte per la libertà di ricerca scientifica. Qual è il bilancio dopo oltre 20 anni?
Il motto dell’Associazione Luca Coscioni è “Dal Corpo delle Persone al Cuore della Politica“. Abbiamo ottenuto risultati importanti soprattutto su fine vita, procreazione medicalmente assistita, abbattimento di barriere architettoniche. Sul fronte della libertà di ricerca scientifica e dell’antiproibizionismo la strada è stata ancora più in salita, ma è solo un buon motivo per insistere.

La disobbedienza civile nasce come gesto collettivo, ma oggi sembra che la ribellione passi più dai like che dalle piazze. La “disobbedienza condivisa” è ancora un motore di cambiamento o è diventata un mito di un’altra epoca?
I “like” possono comunque essere un primo passo, una reazione emotiva immediata che non costa nulla, ma alla quale può seguire altro. La disobbedienza civile rimane uno strumento potente, perché la persona che mette in discussione se stessa (la propria libertà o incolumità) conquista una credibilità anche quando il potere politico o mediatico non vorrebbe concederla. Non mi pare una dinamica superata: basti pensare ad alcune “sfide social”, a volte fatte con motivazioni insensate o aberranti, ma che dimostrano quanto la differenza tra il dire e il fare abbia ancora un valore anche sui nuovi media.
Con Marco Pannella avevi un grande rapporto. Come lo racconteresti a chi non l’ha mai conosciuto?
Partirei dalla citazione di Rimbaud che Pannella sosteneva fosse il vero manifesto del Partito radicale, quando indicava “il ragionato sregolamento di tutti i sensi” come la prassi per il “veggente” (che può essere il poeta di versi, ma anche chi vuole creare nuovi diritti). Nella nonviolenza pannelliana, l’istinto di farsi i fatti propri e badare solo ai propri interessi in modo “sregolato” (con uno sciopero della fame, una manifestazione, un arresto) mai per protestare, ma per proporre, ragionevolmente una riforma. Mai illudendosi di distruggere il potente, ma volendoci dialogare e cavarci fuori il meglio, o almeno il meno peggio possibile.

Hai collezionato una lunga lista di arresti e processi. Sono serviti davvero a cambiare qualcosa o sono stati solo il prezzo da pagare per farsi ascoltare?
Almeno sul fine vita, il cambiamento è certo: la sentenza della Corte costituzionale sul mio processo per l’aiuto a Dj Fabo ha valore di legge, e stabilisce da allora (2019) che la persona affetta da patologia irreversibile, sofferenza insopportabile e tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitali che lucidamente chiede di essere aiutata a morire, ha diritto a quell’aiuto.
Guardando indietro c’è qualcosa che cambieresti?
Credo di avere spesso inseguito troppi obiettivi, in particolare quando ero parlamentare europeo e l’agenda istituzionale offriva quotidianamente spunti di azione che però, senza il radicamento sociale di una battaglia, rischiavano di non andare da nessuna parte. È stata comunque una lezione utile per capire quanto sia importante dedicare almeno altrettante energie alla riforma della democrazia rispetto alle campagne sui singoli obiettivi tematici.
