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Hashishin, la vera storia oltre il mito

La storia degli Hashishin è molto controversa e sospesa da secoli tra leggenda e realtà. Gli Hashishin furono un movimento politico-religioso nato nel mondo islamico medievale tra XI e XIII secolo, legato alla corrente sciita ismailita nizarita. Il loro fondatore fu Ḥasan-i Ṣabbāḥ, un predicatore persiano che nel 1090 conquistò la fortezza di Alamut, sulle montagne della Persia, trasformandola nel centro di un piccolo ma temuto Stato.

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Hashishin: un nome creato dai nemici

Il nome con cui sono passati alla storia deriva soprattutto dalle cronache dei loro avversari: gli storici musulmani di area sunnita e, in seguito, i cronisti europei delle Crociate, che li chiamavano ḥašīšiyyūn, termine ambiguo che poteva significare “consumatori di hashish ma anche, in senso dispregiativo, gente marginale o fanatica. Da questa parola nacque in Europa l’immagine di una setta di assassini drogati, resa celebre secoli dopo dai racconti di Marco Polo sul “Vecchio della Montagna”, e sui giardini meravigliosi usati per manipolare giovani adepti.

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Hindu Kush: la patria della resina

Il collegamento con la cannabis ha comunque radici reali. La regione dell’Hindu Kush, tra Afghanistan e Pakistan, era da secoli una delle grandi aree di produzione della cannabis indica, da cui si produceva una resina molto apprezzata: l’hashish. Questa viaggiava lungo le rotte carovaniere che attraversavano quelle montagne verso la Persia e la Siria, proprio dove sorgevano le fortezze nizarite come Alamut e Masyaf.

Nel Medio Oriente medievale la cannabis era conosciuta come rimedio medicinale, sostanza ricreativa e, in alcuni ambienti mistici sufi come aiuto per favorire stati di estasi. È quindi probabile che anche tra i nizariti l’hashish fosse noto. Più verosimilmente i nemici unirono due elementi reali – la fama dell’Hindu Kush come patria dell’hashish e la paura degli attentati – creando il mito dei guerrieri drogati.

L’influenza politica

Per quasi due secoli gli Hashishin influenzarono la politica del Medio Oriente. Il loro principale nemico fu l’impero dei selgiuchidi, dinastia turca di fede sunnita che tra XI e XII secolo governava gran parte della Persia, dell’Iraq e della Siria in nome del califfato di Baghdad. I nizariti, minoranza sciita considerata eretica, subirono persecuzioni e confische, e proprio contro i visir e i governatori di questo impero indirizzarono molti dei loro attentati. In alcune fasi entrarono in conflitto anche con i crociati, mentre in altre fasi si allearono tatticamente con loro per convenienza politica, come contrastare i sovrani sunniti più ostili. Perfino figure potenti come Saladino vissero a lungo nel timore dei loro pugnali.

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La caduta degli Hashishin

Le loro fortezze, sparse tra Persia e Siria, funzionavano come centri autonomi guidati da capi religiosi che univano fede, disciplina e abilità diplomatica. La loro fine arrivò con l’invasione mongola: nel 1256 Hülegü Khan distrusse Alamut e pose termine allo Stato nizarita. In Siria il movimento sopravvisse ancora per qualche decennio, finché i mamelucchi, la dinastia militare che governava l’Egitto e la Siria nel XIII secolo, lo assorbirono.

Cannabis e propaganda

Gran parte dei testi nizariti andò perduti e la loro memoria rimase nelle mani di cronisti ostili, motivo per cui la leggenda prevalse sulla realtà. Nel Medio Oriente dell’epoca, però, l’hashish non era un tabù assoluto: i medici persiani e arabi lo citavano come rimedio contro dolori, insonnia e disturbi dell’umore, mentre nelle grandi città circolavano dolci e preparati a base di resina.

È probabile che il mito degli Hashishin abbia funzionato come una delle prime grandi narrazioni proibizioniste della storia: associare un gruppo politico temuto a una sostanza considerata ambigua serviva a delegittimarlo agli occhi delle masse. Un meccanismo che ricorda da vicino molte campagne moderne contro la cannabis, dove paura sociale e propaganda valgono più dei dati reali.

Un’eredità lunga secoli

L’eredità degli Hashishin rimase però profonda. Dalla deformazione del loro nome nacque in molte lingue europee la parola “assassino”, segno di quanto la loro fama avesse colpito l’immaginario occidentale. Dietro le storie sull’hashish e sui giardini segreti si intravede la storia reale di una piccola comunità che, stretta tra potenze più grandi, trasformò il terrore mirato in strumento politico, lasciando un mito destinato a durare fino ai nostri giorni.

A cura di
Enrica Cappello
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